Jenny Ericson et al. BMJ Open. 2016; 6(12): e012900.

 

Lo studio è stato condotto su quasi 30.000 pretermine recuperando i dati dal Swedish Neonatal Quality Register.  Gli autori documentano come nel corso del periodo 2004-2013 sia sia notato un calo dell’allattamento esclusivo per tutte le categorie di prematuri dimessi dai reparti di Neonatologia svedesi sia i pretermine di 22-27 settimane di EG (da 55% al 16 %), sia per quelli di 28-31 settimane di EG (dal 41 % al 34 %), sia infine per quelli di 32-36 settimane di EG (da 64% a 49%).

Non sono state identificate delle cause precise, ma gli autori fanno delle buone ipotesi. Innanzitutto la maggiore e forse eccessiva attenzione sulla crescita postnatale con il conseguente aumentato uso di fortificanti del latte materno e di formule post-discharge, nonostante questo sia dibattuto dopo la dimissione dall’ospedale. Questo approccio da parte dei neonatologi potrebbe avere l’effetto di minare la sicurezza delle donne sulla adeguatezza del loro latte e sul valore di un loro impegno nel proseguire l’allattamento in maniera esclusiva.

Un secondo fattore contributivo a questo trend in calo in questa fascia di neonati è la carenza di infermiere anche in paese avanzato dal punto vista socio-sanitario come la Svezia. Meno infermiere qualificate significa meno supporto ed incoraggiamento alle donne, che comunque si trovano nella situazione (mamme di pretermine) di averne bisogno.

Anche il sistema di albergaggio nelle Neonatologia svedesi con singole stanze per pretermine e per i loro familiari,  anche se invidiate da noi mediterranei, sembrerebbero non rappresentare un vantaggio in situazioni di carenze di personale infermieristico.
Un terzo fattore è il cambiamento di caratteristiche della popolazione. In altre parole le madri potrebbero essere diventate più ansiose, meno resilienti di fronte alle difficoltà, meno pronte ad investire sull’allattamento. Sicuramente le donne che sono giunte al parto col passare degli anni presi in considerazione dallo studio svedese sono divenute meno sane sia fisicamente (più obese, più diabetiche), che psichicamente (più spesso con malattie mentali).
Certamente questi dati ci sorprendono e ci inducono a fare alcune riflessioni:

  1. Le nuove acquisizioni scientifiche (nello specifico, il rapporto fra crescita e sviluppo cognitivo) se tradotte immediatamente in nuovi protocolli non adeguatamente meditati possono ottenere anche effetti negativi sulle modalità di alimentazione dei pretermine e sulla loro salute di questa popolazione.
  2. Uno staff infermieristico adeguato in numero e training, coerente con l’organizzazione che l’ospedale si è dato è essenziale per mantenere gli obiettivi assistenziali di un reparto di terapia intensiva neonatale. In altre parole non si possono fare le nozze coi fichi secchi. I bisogni assistenziali della popolazione materno-infantile sono molto aumentati negli ultimi 30 anni e questo implica una scelta non solo medica, ma anche di politica sanitaria declinata a vari livelli: da quello della singola TIN a quello aziendale e come sempre regionale.

 

Riccardo Davanzo