Non sarà certo sfuggito a molti il report del gennaio 2014, autore il Prof. Giustardi di un articolo comparso su “Pediatrics” riguardo il contrasto del calo ponderale neonatale (prime 24-48 ore di vita) mediante piccole supplementazioni di latte artificiale in attesa della montata lattea. In quell’articolo si interveniva quando il calo era intorno al 5% del peso/nascita e la percentuale di successo a 1 settimana, 1,2,3 mesi era notevole rispetto ad una popolazione di controllo in cui queste supplementazioni non erano state usate. Gli autori stessi denunciavano i limiti del loro studio (popolazione limitata, multiparità, medio alta situazione di scolarizzazione) ma facevano comunque notare che, pur essendo necessari ulteriori studi, i rilievi da loro messi in luce erano significativamente in contrasto con le ufficiali indicazioni che non prevedono in alcun modo la supplementazione.

Nell’aprile 2014 commentai con un articolo sul mio blog quel report del Prof. Giustardi dicendo: ”Una conclusione analoga a quella degli autori rispetto alle “piccole supplementazioni dopo seno” nei casi in cui sia necessario, mi è capitato di constatarla personalmente negli anni (ottenimento della montata e mantenimento dell’allattamento al seno esclusivo). Pensavo fosse casuale il fatto che con questa strategia (certo non applicata al 5% del calo, sia chiaro… diciamo però intorno al 7-8% in media) si riuscisse ad ottenere più precocemente uno sblocco della montata, ma il conforto di questo studio mi dimostra che quanto da me osservato è in effetti plausibile. A proposito di questo, dunque, ho elaborato una mia teoria (che con piacere sottopongo al vaglio pubblico) secondo la quale la supplementazione di copertura (sempre di concerto con le madri e sempre accompagnando la cosa a spiegazioni sul suo significato), non ha solo lo scopo specifico e principale di restituire al neonato “qualcosa” sia dal punto di vista calorico sia da quello dell’idratazione (seppure certamente si ottengono minore sonnolenza, maggiore quota energetica, migliore suzione e quindi stimolazione del seno e della cascata ormonale: contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare le piccole supplementazioni non saziano se vengono effettuate con criterio), ma soprattutto ha il fine di sollevare psicologicamente la madre da una piccola parte della responsabilità del benessere di suo figlio. Il calo ponderale è spesso vissuto dalla madre come una colpa (“se scende di peso è perché non ho ancora latte e quindi…”) e l’angoscia che accompagna questo pensiero, unita alla “fretta di risolvere” (ho notato che il fattore tempo è determinante), può interferire con la montata per l’insorgenza di una sorta di ansia da prestazione. Il fenomeno, ho notato, inizia già prima del parto (“avrò latte? basterà?) come ho avuto occasione di constatare parlando con le donne in gravidanza nei corsi di preparazione al parto. La supplementazione quindi, recando un sollievo, credo influisca positivamente sulla psiche attraverso una dilatazione del fattore tempo: non avendo più “fretta” di avere la montata, per ciò stesso la montata insorge: attacchi più sereni, meno angosciati, più attenti, più efficaci. C’è infine da dire che molte di queste donne le ho rivalutate nel tempo e posso confermare, per ciò che vale la mia esperienza diretta, che il tasso di allattamenti esclusivi al traguardo dei 6 mesi, anche se all’inizio c’è stato un gap colmato dalle supplementazioni, è molto alto (forse, in percentuale, oltre i valori osservati nello studio). Sono d’accordo sul fatto che non bisogna considerare il latte artificiale come presidio irrinunciabile e sostituto del latte materno (con tutto quel che segue) ma la demonizzazione in valori assoluti credo sia poco congrua. Basterebbe semplicemente prenderlo per quel che è: un presidio di emergenza”.

Ad un anno esatto dalla pubblicazione su “Pediatrics” di quell’articolo (e dal mio commento sul blog) è comparso, su “Maternal and Child Nutrition” del marzo 2015, uno studio effettuato su una coorte di 1107 bambini  (superato il gap rappresentato da una popolazione limitata). Il parametro preso in considerazione è stato un calo maggiore o uguale al 10% del peso/nascita (molto superiore a quello indicato come valore soglia nello studio di “Pediatrics” e quindi superato anche il gap dato da un calo non eccessivo) e il goal è stato fissato nella percentuale di allattamenti esclusivi al seno ai 6 mesi di vita (superato anche il gap della durata limitata a 3 mesi come controllo). Possiamo considerare questo studio il naturale prolungamento e la ineluttabile evoluzione di quello un po’ controcorrente degli autori di “Pediatrics”. Le conclusioni di questo lavoro, che in nuce erano state ipotizzate su “Pediatrics”, sono le medesime e corrispondono in modo pressochè esatto alle constatazioni che ho effettuato in base alla mia personale esperienza nel commento sopra riportato: ansia e paura di non “essere all’altezza” del ruolo di nutrice generati dal calo ponderale; effetto positivo della limitazione del calo medesimo mediante piccole supplementazioni (con opportuni accorgimenti); percentuali di successo, in termini di allattamento esclusivo al seno al traguardo dei 6 mesi, maggiori nel gruppo supplementato rispetto al non supplementato.

Forse è il caso di riflettere su questo tema: la porzione emotiva dei trigger per un buon allattamento non va trascurata e se per incrementarne l’efficacia è necessario l’uso limitato e congruo di latte artificiale (sospeso non appena i segni della montata si manifestano) non credo ci si possa sottrarre all’evidenza. Il fatto che un Centro Ospedaliero sia “amico del bambino” solo se non adopera alcun presidio alimentare di supporto è, a mio parere (e, visti i precedenti autorevoli studi, non solo mio), riduttivo e probabilmente deleterio in termini di successo degli allattamenti.

Stefano Tasca
Neonatologia Aurelia Hospital, Roma
tasca@tiscali.it