Annamaria Staiano Professore di Pediatria Dipartimento di Scienze Mediche Traslazionali, Sezione di Pediatria Università degli Studi di Napoli “Federico II”

Annamaria Staiano
Professore di Pediatria
Dipartimento di Scienze Mediche Traslazionali, Sezione di Pediatria
Università degli Studi di Napoli “Federico II”

Il latte umano rappresenta un alimento non solo specie-specifico, ma anche individuo-specifico ed è il risultato di una selezione millenaria volta a rispondere nel migliore dei modi alle esigenze nutrizionali, biologiche e psicologiche del neonato. Consumato direttamente al seno o offerto dopo spremitura, il latte materno rappresenta, con pochissime eccezioni, l’alimento di scelta nell’età infantile con importanti effetti positivi, sia a breve che a lungo termine, sulla salute della madre che allatta e su quella del bambino allattato.

L’allattamento naturale svolge un ruolo di assoluto rilievo nel modulare in modo fisiologico l’acquisizione di “percorsi metabolici” ottimali che tendono a persistere nel tempo, con evidenti benefici a lungo termine. Tra questi ultimi, è stata evidenziata una diversa composizione corporea del bambino alimentato con formule lattee rispetto a quello allattato al seno. In particolare, l’allattato al seno ha nei primi 4 mesi di vita una massa adiposa maggiore dell’allattato con formula (1), sebbene successivamente avvenga il sorpasso e l’allattato con formula risulti più grasso dell’allattato al seno (2). Dopo i primi mesi di vita, l’aumento di massa adiposa che avviene nell’allattato con formula tende a persistere, favorendo la comparsa dell’obesità, che risulta quindi una condizione meno probabile nel bambino allattato al seno (3).

L’effetto protettivo nei confronti dell’obesità pare legato principalmente alla più elevata quota proteica presente nel latte formulato rispetto a quello umano (4). Inoltre, diversamente dalla formula, il latte di donna contiene ormoni quali leptina, insulina e adiponectina, che, essendo coinvolti nei meccanismi di regolazione metabolica e di equilibrio fame/sazietà, potrebbero contribuire alla riduzione del rischio di sviluppare eccesso ponderale sia nel lattante che nelle età successive (5-7). Tali ormoni assunti con il latte potrebbero avere il ruolo di contribuire alla riduzione del rischio di sviluppare eccesso ponderale nel lattante ed anche nelle età successive. Anche le modalità di allattamento col biberon rispetto al seno e la composizione della flora batterica intestinale del lattante giocano un ruolo importante nei confronti della sazietà.

Un’altra positiva interazione dell’allattamento materno è stata documentata con i meccanismi patogenetici della celiachia. In particolare, il latte materno è in grado non solo di prevenire le infezioni intestinali, che hanno un ruolo nell’infiammazione mucosale glutine-dipendente, ma, fornendo al neonato piccole dosi di glutine provenienti dalla dieta materna favorisce lo sviluppo di una tolleranza immunologica. Quest’ultima è inoltre favorita anche dal contemporaneo effetto di alcune sostanze ad azione immuno-attiva contenute nel latte stesso quali oligosaccaridi e nucleotidi. Infine, il latte materno facilita lo sviluppo, nell’ambito del microbiota intestinale, di ceppi batterici ad attività immunomodulante. Tuttavia, a fronte di queste considerazioni e di queste promettenti premesse, gli studi epidemiologici condotti finora non hanno consentito di formulare specifiche raccomandazioni relative alla capacità dell’allattamento al seno di prevenire il futuro sviluppo di celiachia in bambini a rischio (8,9). Appare verosimile che ulteriori studi clinici permettano di individuare l’effettiva influenza dell’allattamento al seno e/o della sua durata sulla patogenesi della malattia celiaca.

Il latte materno è un liquido immunologicamente attivo capace di dare al sistema immunitario del bambino allattato segnali diversi, sia in termini di “sedazione”, che di stimolo della risposta allergica. Probabilmente anche per tali meccanismi gli studi relativi all’associazione tra allattamento materno ed allergia hanno raggiunto risultati controversi. E’ verosimile che ciò derivi dal fatto che la risposta allergica sia espressione della combinazione di più fattori, quali la costituzione atopica, il livello socio-economico, i diversi livelli di inquinamento ambientale e le modalità di alimentazione, compreso il tipo di allattamento.

La nutrizione con latte materno reca benefici ben documentati non solo al nato fisiologico, ma anche al neonato pretermine, riducendo il rischio di gravi patologie quali sepsi, meningite o enterocolite necrotizzante e migliorando gli outcomes neuroevolutivi (10,11). Tuttavia, per motivi di carattere logistico-organizzativo, ancora oggi la realizzazione dell’allattamento materno incontra molti ostacoli nelle Unità di Terapia Neonatale con la conseguenza che proprio la fascia di neonati che maggiormente beneficerebbe della nutrizione con latte umano, riesce a goderne in misura ridotta.

Durante il puerperio, con la messa a regime della produzione di latte materno, si possono presentare problemi talora rilevanti sia per la madre (mastite, depressione post-partum), sia per il neonato (calo ponderale, disidratazione, ittero, infezioni), che influenzano negativamente l’allattamento al seno. Per una corretta gestione di tali problematiche e per prevenire la diffusione di false controindicazioni all’allattamento, è necessario un follow-up medico-infermieristico adeguato volto a valutare l’andamento della crescita ponderale e a risolvere problemi o dubbi relativi all’allattamento al seno (12). In tal senso, risulta indispensabile il tempestivo accesso al pediatra di famiglia nei giorni immediatamente successivi alla dimissione ospedaliera.

L’allattamento materno rappresenta la prima tappa di un percorso nutrizionale la cui evoluzione naturale procede intorno ai 6 mesi di vita, epoca in cui convenzionalmente il latte viene affiancato nella dieta del bambino da nuovi alimenti. Questa tappa è stata indicata per molti decenni come “svezzamento”, termine che si sta progressivamente abbandonando a favore dell’espressione “alimentazione complementare a richiesta”. Questo cambiamento di terminologia è volto a sottolineare da un lato la partecipazione attiva del bambino ai pasti degli adulti e dall’altra la complementarietà dei nuovi alimenti introdotti rispetto al latte materno, che potrà mantenere il suo ruolo centrale nella dieta fino a circa 12 mesi di vita.

Questa forma di “autosvezzamento” rappresenta il meccanismo più naturale, sano e rispettoso delle esigenze del bambino per guidare il graduale passaggio da una dieta a base di solo latte all’universo dei cibi solidi “dell’adulto”. Infatti, così come è ormai universalmente accettato che allattare a richiesta il bambino dandogli la quota di latte che desidera rappresenta la modalità migliore di alimentazione nei primi mesi di vita, allo stesso modo è ormai opinione diffusa che assecondare l’appetito del bambino anche nei mesi successivi sia il metodo più naturale per far evolvere la sua dieta. Il bambino, inoltre, già alla fine del primo semestre di vita, è sufficientemente maturo per autogestire la propria alimentazione, anche considerando che è già allenato al gusto, perché nel periodo fetale attraverso il liquido amniotico e successivamente attraverso il latte materno, ha già sperimentato il sapore dei cibi assunti dalla mamma.

I rigidi schemi di svezzamento che prevedono un’introduzione graduale degli alimenti, largamente utilizzati fino al recente passato, non tengono in considerazione che un bambino di 6 mesi, nella gran parte dei casi, ha maturato non solo il suo intestino, ma anche il suo sistema immunitario, le sue abilità motorie e la capacità di masticare. Con gradualità, pertanto, il bambino, presente al pasto dei genitori, mostra prima un acceso interesse per il cibo che vede nei loro piatti, e successivamente impara a mangiare da solo, accettando il cibo in bocca con il cucchiaino senza difficoltà, deglutendolo senza rischi di soffocamento.

BIBLIOGRAFIA    

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Annamaria Staiano
Professore Ordinario di Pediatria
Dipartimento Scienze Mediche Traslazionali
Sezione di Pediatria
Università Federico II, Napoli